LA NATURA DUALE DELLA COSCIENZA – Vajraghata

LA NATURA DUALE DELLA COSCIENZA

Fra tutte le religioni di massa, quella a cui mi sento più vicino è indubbiamente il Buddhismo.

Niente di strano, questa affinità vale per tanti insegnanti di yoga. Del resto Yoga e Buddhismo hanno forse più punti in comune che differenze, a partire dal fatto che il Buddha storico altro non era che un maestro di yoga, o almeno così era probabilmente visto dai suoi contemporanei, o per lo meno aveva studiato con asceti legati a lignaggi yogici.

Tuttavia, non sono buddhista.

Del Buddhismo amo la centralità della pratica meditativa, i principi etici, la tolleranza, l’essenzialità, il razionalismo che non teme le emozioni, e non ultimo l’estetica dei suoi monaci, con le loro teste rasate e le splendide tonache arancioni.

Considero infine la filosofia buddhista un gioiello del pensiero umano, sebbene proprio in essa stia il motivo delle mie riserve.

A dirla tutta, le stesse riserve valgono anche per buona parte della filosofia yogica, ossia per tutte quelle scuole spirituali che si fondano sul principio della NON-DUALITÀ.

L’UNO E IL MOLTEPLICE

Il tema della natura duale o non-duale (dvaita/advaita) della realtà è trasversale al pensiero asiatico, e interessa anche buona parte della filosofia occidentale e araba, seppure in maniera meno evidente.
Limitandoci all’Oriente, il quadro è ben più complesso di quanto si potrebbe credere leggendo testi divulgativi.

Nell’immaginario popolare, la differenza fra duale e non-duale starebbe nel postulare l’esistenza di un’anima individuale distinta dalla ‘coscienza cosmica’ (filosofia Dvaita o dualistica) piuttosto che ritenere la convinzione di possedere un’individualità separata dal Tutto una pura e semplice illusione (filosofia Advaita o non-dualistica). In realtà, esiste una varietà di accezioni in cui il termine ‘dualità’ viene applicato da scuole diverse, ponendo sofisticate distinzioni alla monoliticità dell’Essere. Ad esempio la dualità potrebbe stare nella contrapposizione spirito-materia, oppure soggetto-oggetto, etc. Approfondire questo tema intricato non è però lo scopo del presente articolo.

Per semplificare il quadro quindi, propongo di pensare le cose nei seguenti termini: in una filosofia non-dualistica, la molteplicità che caratterizza l’esperienza quotidiana è in ogni caso considerata un’apparenza. Dietro questa apparenza sta un livello di realtà più profondo e autentico (da cui l’apparenza del molteplice ha origine) in cui l’Essere e la Coscienza sono indistinguibili l’uno dall’altra e da ogni altra differenziazione, e tutto è intrinsecamente e ineccepibilmente UNO.

Il non-dualismo è una visione del mondo seducente a cui, devo dire, io stesso ho a lungo aderito.
Pensare che la nostra coscienza soggettiva sia un’emanazione di qualcosa di universale, che inconsapevolmente tutti condividiamo con tutto ciò che esiste, pacifica la mente e rende conto dell’esperienza di forte connessione prodotta dalla meditazione. La meditazione, in fondo, è una pratica individuale in cui il mediatore sprofonda in sé stesso, e si ritrova paradossalmente in un luogo più vasto della limitata realtà dei sensi.

Tuttavia, alcune osservazioni successive mi hanno portato ad allontanarmi dalla convinzione che questa sia la spiegazione definitiva della natura della coscienza.
La mia posizione attuale è che se da un lato l’Essere in senso assoluto potrebbe avere la natura di una singolarità, la Coscienza, invece, sia un fenomeno intrinsecamente duale.

PRATICARE LA DUALITÀ

All’estremo opposto rispetto a quanto sostenuto dal Buddhismo e dalle scuole yogiche e tantriche più diffuse la dualità è, a mio avviso, il presupposto fondante della coscienza.

L’Essere in sé è pura Informazione. L’Informazione non è ancora Coscienza. La Coscienza è precisamente la duplicazione dell’Informazione, è il prodotto del confronto di due o più nuclei di Informazione che si ritrovano ed entrano in connessione gli uni con gli altri.

Se mi prendo il disturbo di entrare in questo tema apparentemente così astratto, lontano, è perché rappresenta il fondamento della filosofia che propongo. Una filosofia che ha ripercussioni metodologiche molto pratiche e concrete.
È in primo luogo sulla base di questo presupposto che Vajraghata è diverso da altre pratiche legate ad altri sistemi di pensiero.

Non si tratta di una differenza assoluta. Molte delle pratiche sviluppate dal Buddhismo e dallo Yoga restano a mio avviso efficacissime. Ma la loro validità è condizionata da un diverso modo di intenderle.

Il principio base del classico approccio non-dualistico alla meditazione è l’auto-coscienza.
Diciamo che l’essere umano è auto-cosciente in quanto è in grado di rivolgere la propria consapevolezza su sé stesso e produrre una riflessione del tipo: “Io sono legato a un corpo”, “Questo mio corpo è l’immagine che vedo nello specchio”, “Sento dolore a un ginocchio”, “Mi piacciono i broccoli ma non la barbabietola”.
Sulla spinta di questo processo, diventiamo consapevoli di strati sempre più profondi della nostra vita interiore, fino ad arrivare a un luogo in cui ci sentiamo re-integrati nell’Assoluto, al di là delle distinzioni superficiali della nostra identità personale.

L’approdo a questo nucleo universale ci convince che l’origine stessa della Coscienza sia nell’indifferenziazione. Ma questa è un’illusione. Una nobile, sofisticata illusione. In realtà siamo coscienti dell’altro. O meglio siamo divenuti auto-coscienti grazie al rapporto con l’altro. L’euforia della scoperta del nocciolo luminoso del nostro essere al mondo, ci porta da dimenticare da dove il processo che ci ha condotto laggiù ha avuto origine: ossia nel confronto e nel rapporto col nostro simile e con tutto ciò che vive al di fuori di noi.

La Coscienza è il prodotto della RELAZIONE.

Se proviamo a relativizzare il tipo di convinzione che nasce dalla meditazione solitaria, dobbiamo osservare che quella capacità di focalizzazione, analisi e interpretazione dell’esperienza soggettiva – ossia tutte le facoltà cognitive che rendono la meditazione stessa possibile – sono il prodotto di un’elaborazione collettiva. La Coscienza e la consapevolezza della Coscienza sono il risultato di miliardi di anni di evoluzione psichica attraverso il filtro di innumerevoli stimoli condivisi. 

Gli stessi pilastri etici del Buddhismo: con-passione, con-divisione rivelano nella loro radice linguistica l’ammissione dell’alterità. Del resto, non esiste alcune esempio noto di essere cosciente che non abbia un qualche tipo di vita sociale. E a ben pensarci, è proprio difficile concepire un tale essere, perché non si capisce come questa coscienza dovrebbe svilupparsi, non avendone alcuna necessità.

Anche l’asceta o il monaco che meditano in cima a una montagna hanno pur imparato a farlo da qualcuno, o a partire dall’imitazione o all’esempio di qualcuno. Non hanno certo spontaneamente preso l’iniziativa di farlo, così come un limone non può spremere succo da sé stesso.

Il ritiro ascetico e l’introversione meditativa non sono concepibili staticamente – se non come un suggestivo scatto fotografico – ma come un andare e venire, un pendolo che dal confronto con l’altro ci porta a noi stessi e di rimando ci riporta ai nostri simili.

RASSEGNATI ALL’ILLUMINAZIONE

Questa visione delle cose, devo ammetterlo, è meno entusiasmante del non-dualismo.
La visione non-dualistica ci rassicura con la sua semplicità, e la promessa che dopo aver faticosamente attraversato la giungla delle relazioni, ci attenda un luogo paradisiaco dove ogni distinzione fra me e te sia completamente appianata. Perché secondo il noto aforisma di Jean-Paul Sartre, “L’inferno è nell’altro”. Pur non condividendo queste parole, posso facilmente empatizzare con lo stato emotivo da cui provengono.
Il confronto con l’altro degenera facilmente in conflittualità, l’altro ci attira e ci respinge, ci abusa e ci abbandona, ed è indubbiamente l’origine di ogni nostro problema.

La prospettiva dualistica ci obbliga a rassegnarci all’interdipendenza. Dobbiamo arrenderci al fatto che, sia che si tratti di far fronte alle nostre necessità più prosaiche, sia che si voglia elevare lo spirito ai più luminosi stati di coscienza, abbiamo bisogno dell’altro, anche se l’altro spesso ci ferisce.
Per quanto scomoda – anzi, per una ben nota legge psicologica: proprio perché scomoda – questa prospettiva potrebbe essere vera.

L’idea di poterci identificare con Dio sprofondando in noi stessi ci da un senso di controllo. Ma l’unico luogo dove davvero possiamo trovare il Creatore, è nelle pupille degli occhi del prossimo, nella sua bocca sorridente e bramosa, e nella stretta delle sue mani.

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