La Legittimazione del Male – Vajraghata

La Legittimazione del Male

Stanley Milgram ebbe l’idea per il suo esperimento leggendo un libro sul processo ad Adolf Eichmann, il famigerato comandante in capo di Hitler.
Eichmann era accusato di essere il responsabile diretto dell’esecuzione di milioni di ebrei nei campi di concentramento. Era lui, insomma, che firmava gli atti che sancivano l’autorizzazione a procedere con i massacri.

Di fatto – Eichmann ebbe a difendersi durante il processo – in tutta la sua carriera aveva assistito soltanto a due esecuzioni, che aveva trovato ‘ripugnanti’. Per il resto, Eichmann si descrisse come un mero burocrate, un passacarte che non aveva maggiori responsabilità nell’Olocausto di qualunque altro membro dell’organizzazione di cui faceva parte. Quale parte di un sistema, Eichmann non aveva fatto altro che eseguire ordini e rispettare delle regole.
Come è noto, la corte di Norimberga non accolse questa linea di difesa, e con una storica sentenza attribuì ad Eichmann la responsabilità personale delle esecuzioni, condannandolo alla pena di morte.
Milgram, professore di psicologia alla Yale University, si chiese se ci fosse un modo di verificare scientificamente la validità delle due opposte argomentazioni: Eichmann era dunque un pericoloso sociopatico, un individuo immorale e disumano, che aveva agito in base a una rara disposizione della propria coscienza? Oppure chiunque di noi, posto nella posizione di Eichmann,  avrebbe agito esattamente allo stesso modo?

Pubblicò degli annunci sulle riviste locali, reclutando un gruppo di soggetti di varia estrazione sociale.
I soggetti erano chiamati a recarsi individualmente presso la sede dell’esperimento. Venivano condotti a una stanza in cui Milgram, indossando un camice bianco e presentandosi come ‘Dr. Milgram’, li abbinava a un altro soggetto che era in realtà un attore, un complice istruito a recitare una parte nell’esperimento.
Con una finta estrazione a sorte, venivano assegnati i ruoli di studente (all’attore) e insegnante (al soggetto dell’esperimento). Il soggetto veniva poi condotto a un’altra stanza, dove attraverso un un vetro a specchio poteva vedere lo ‘studente’ venire legato a una sedia elettrica, mentre davanti a sé trovava un quadrante di pulsanti associati a scariche incrementali dai 15 ai 450 volts. Accanto a ogni pulsante era descritto l’effetto: “Scossa”, “Scossa pericolosa”, “Scossa molto pericolosa”, e così via fino a un pulsante marchiato “XXXX”.
Il soggetto era dunque istruito sul fatto che l’esperimento voleva attestare gli effetti del dolore sull’apprendimento. Al suo studente sarebbe stata mostrata una lista di parole. Successivamente, le parole sarebbero state riproposte una a una, e lo studente doveva indovinare la successiva in base alla propria memoria. Se faceva un errore, l’insegnante doveva attivare una scarica elettrica di intensità minima, ma ad ogni errore successivo doveva poi passare a scariche di intensità sempre più elevata.
Lo ‘studente’, che riceveva solo segnali indolori, era stato però addestrato a simulare drammaticamente spasmi e convulsioni. In prossimità delle scariche più elevate, iniziava a urlare e protestare, dichiarando di volersi ritirare dall’esperimento.
Di fronte ad eventuali esitazioni, il Dr. Milgram intimava al soggetto di proseguire, in quanto questo era il suo ‘dovere’ quale partecipante all’esperimento.

Prima di condurre l’esperimento (che fu ripetuto molte volte con varianti e correzioni, su soggetti di entrambi i sessi, e quindi pubblicato e presentato all’American Psychology Association) Milgram aveva diffuso nel campus un questionario che comprendeva la domanda: “Infliggeresti mai dolore intenzionalmente a un altro essere umano, a prescindere dalle circostanze sociali?”. Il 92% degli intervistati aveva risposto di NO. Ma quando l’esperimento fu effettuato, il 68% dei soggetti arrivò a somministrare la scarica elettrica di massima intensità al proprio ‘studente’, nonostante le sue urla, le convulsioni, gli svenimenti e le suppliche. E quando alla scena fu aggiunto un altro attore, che simulava il ruolo di ‘assistente insegnante’ e contribuiva alla somministrazione delle scariche condividendone la responsabilità, la percentuale salì al 92%.

Quando Milgram diffuse i risultati del suo Studio sulla Legittimazione del Male, dovette concludere che “La grande maggioranza delle persone è incline ad andare contro le proprie convinzioni morali individuali al fine di cooperare con l’autorità”.

Eichmann, in fondo, non era che un cittadino medio. Un cittadino medio non è altro che un Eichmann.

Il conformismo e l’ossessiva riproposizione dell’argomento secondo cui ‘Le regole vanno rispettate’ di fronte all’escalation autoritaria degli ultimi mesi, sono la dimostrazione su scala planetaria (e senza dubbio nazionale…) dei risultati sperimentali di Milgram.

Sono anche la dimostrazione della necessità del lavoro che noi proponiamo, che è in prima istanza un lavoro di trasmutazione della morale.

Non sono degli specifici valori morali a dover essere criticati o sostituiti con altri, ma i presupposti stessi del nostro agire morale. Fino a che la morale sarà concepita come accettazione e trasmissione di regole, l’umanità non sarà che una massa di zombie lobotomizzati pronti a eseguire ogni folle comando del padrone di turno.

Le regole sono generalizzazioni, astrazioni, e strumenti di controllo. La buona notizia è che esiste pur un 8% di persone per cui la compassione conta più della cieca obbedienza. Il 92% delle persone fantastica di far parte di quella minoranza, ma all’atto pratico, l’evidenza sperimentale li smentisce.

L’unico modo di incidere su quelle percentuali, è rifondare l’agire morale a partire non dalla regola ma dal sentire, dall’esperienza diretta del corpo, delle sue percezioni, istinti ed emozioni. La vera morale è esattamente l’opposto del seguire una regola, un principio scritto in un libro, l’ordine di un’autorità. La vera morale – quella che ti porta ad esistere in quell’8% – è fondata esclusivamente sulla compassione e sull’amore.

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