Una Vita Fatta di Gesti – Vajraghata

Una Vita Fatta di Gesti

Qualche giorno fa qualcuno mi chiedeva perché, quando ci arrabbiamo, sentiamo l’impulso di lanciare oggetti.

La domanda è molto pertinente rispetto al lavoro che facciamo nel Vajraghata Yoga, in cui agli schemi posturali delle asana associamo azioni istintive come saltare, ballare, restare, scattare, sollevarsi, abbassarsi, girare, ruotare, percuotere, percuotersi, tirare pugni, abbracciare, stendersi, accarezzare, proteggere e molto altro ancora.

Ho risposto quindi: Hai visto 2001 Odissea nello Spazio?

Immagino che la risposta sia in quella prima scena-cult.

Pensa all’orda primordiale. Gli antenati degli esseri umani, esseri ancora scimmieschi che a un certo punto della loro evoluzione, scoprono di poter afferrare degli oggetti e usarli in vari modi.

Prima di tutto, per attaccare e difendersi.

Scagliare pietre, lance, etc. o agitare una clava sono tutte tecniche di caccia e di guerra molto più efficaci del rincorrere una preda magari più veloce di te, o affrontare un nemico a mani nude.

Naturalmente, questi gesti sono talmente antichi che si radicano in profondità nel sistema nervoso, e diventano automatici ogni volta che c’è un segnale di eccitazione e aggressività.

Su questo livello neurologico, trova radicamento un livello simbolico.

In questo caso, l’obiettivo del lanciare è distruggere.

In una coppia, ad esempio, quando durante la fase culminante di una lite uno dei due spacca un oggetto acquistato insieme, o che fa parte dell’ambiente domestico, sta dicendo “rompendo questo oggetto che ci unisce, sciolgo il nostro legame”.

La scena più rappresentativa è forse quella della rottura di un piatto.

Il piatto offre, per la sua modalità di rompersi, particolare soddisfazione.

Innanzi tutto l’effetto è sicuro.

Non ci sono dubbi su ciò che accadrà se schianto un piatto per terra: andrà in frantumi, fragorosamente, spettacolarmente, efficacemente. L’affermazione in questo caso è: “Il nostro rapporto va in mille pezzi, non si potrà mai più ricomporre…”

Ma oltre a tutto ciò, il piatto in quanto oggetto che sta sulla tavola dove si condivide il cibo, è simbolo della famiglia. A tutto il resto quindi si aggiunge: “Qui non c’è più niente da mangiare per te. Vattene altrove a cercare qualcosa per sfamarti!”.

Pensiamo quindi a quante cose stiamo dicendo, in un’unica azione e un gesto che dura un’istante.

Pensiamo quindi a quanto è più potente l’effetto comunicativo del gesto.

Ogni gesto che compiamo, vale dieci, mille o un milione di parole.

Il gesto ha una eloquenza universale e istantanea. Posso immaginare un uomo o una donna delle caverne lanciare roba in giro per manifestare la crisi di un legame di coppia.

Attenti però a pensare che questa eloquenza sia anche assoluta.

Non lo è, e in questo sta un altro potere magico del gesto.

Chi rompe un piatto può voler manifestare, a se stesso e all’altro, l’improvvisa consapevolezza di una decisione irrevocabile.

Ma può anche voler fare il contrario: il gesto può avere il valore di un esorcismo.

Chi rompe il piatto allora vorrebbe dire: “Sacrifico questo stupido piatto, per mostrarti cosa accadrà al nostro prezioso rapporto se procediamo in questo modo”.

In questo caso l’intenzione è proprio quella di salvaguardare il rapporto, in un gesto che solo apparentemente significa il contrario.

Bisogna sempre guardarsi da interpretare un gesto in un senso o nell’altro, e lasciare che piuttosto sia l’emozione che vi è associata a parlare per sé.

Tipicamente, a un piatto rotto potrebbe seguire un improvviso silenzio.

Altro gesto eloquente, il freeze

Ma che vorrà dire?

Forse l’altro ha capito di aver superato il limite…

O forse coglierà la sfida e romperà qualcosa di più grande e costoso…

Tutto si gioca in quell’istante sospeso, fra un gesto e l’altro, dove il tempo, la possibilità e la scelta sono un tutt’uno.

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