Ordine e Caos – Vajraghata

Ordine e Caos

Non c’è pratica orientale le cui quotazioni nella Borsa Spirituale siano in crescita quanto la Mindfulness. Non c’è luogo dove non si parli di ‘Mindfulness’: ospedali e studi medici, lettini psicoanalitici, scuole elementari, multinazionali, prigioni…

Un episodio de La Mente Svelata (Netflix) ce ne illustra origini e meccanismi.

Mindfulness è una trasposizione occidentale della tecnica base di meditazione buddhista o Satipatthana.

In questo caso, si tratta a mio avviso di una ‘occidentalizzazione buona’. Perché Satipatthana è speciale proprio nella sua semplicità, nella sua assenza di connotazioni culturali specifiche, che la rende esportabile senza alterarne lo spirito. Non richiede di condividere alcuna credenza o aderire a una tradizione. È difficile ‘tradire’ una cosa tanto semplice: tutto ciò che dobbiamo fare è porre attenzione a ciò che sentiamo.

A questo, in fondo, si riduce l’insegnamento del Buddha. E non è poco.

Ho detto ‘tecnica base’ infatti, ma non certo nel senso di ‘più facile’.

Come precisa il neurologo Richard Davidson ne La Mente Svelata, esistono infatti innumerevoli forme di meditazione. Alcune prevedono la ripetizione di una mantra, altre la contemplazione di un’immagine, altre di immergersi in percorsi guidati che orientano il nostro pensiero secondo uno schema definito.

Ciò che distingue la Mindfulness/Satipatthana da tutte queste tecniche è che non ha forma. Non prevede l’uso di alcun espediente, alcun ‘oggetto’ fortemente evocativo su cui concentrarci, e ciò comporta il confronto spietato con ciò che è.

Per questo, per quanto semplice non è affatto facile, e la sua pratica è un processo infinito di raffinamento della coscienza e del suo alfiere, la consapevolezza. Distrazione, scomodità posturale, ansia, noia, e soprattutto la tendenza a filtrare pensieri e sensazioni in ciò che ‘ci piace’ e ciò che ‘non ci piace’ sono avversari tenaci.

Ciò nonostante, la popolarità della Mindfulness è in aumento esponenziale, e questo a mio avviso per due motivi: la già citata neutralità culturale e la sua sorprendente efficacia.

All’inizio ci si sente un po’ strani, disorientati, impacciati, ma presto si prende il largo e diventa quasi un bisogno.

Ormai migliaia di studi confermano che la pratica regolare di Mindfulness offra benefici in ogni ambito, riducendo il malessere psico-fisico di chi soffre, e aumentando le performance mentali di chi già sta bene.

Annoveratemi quindi fra i fan accaniti della Mindfulness! Perché la Mindfulness/Satipatthana è a pieno titolo parte della mia quotidianità, della mia didattica e di tutto il discorso che porto avanti col mio lavoro e su questo stesso sito.

Detto ciò, l’entusiasmo di massa che eleva la Mindfulness a panacea psico-spirituale non mi convince. Ho anzi il sospetto che la pratica inconsapevole della consapevolezza possa alla lunga esacerbare i nostri problemi, invece che risolverli.

FACCIAMO PULIZIA!

Partiamo da un dato scientifico.

Dai numerosi test di laboratorio, che impiegano la Risonanza Magnetica, la TAC e altre tecniche di scansione cerebrale, risulterebbe che un meccanismo centrale nell’efficacia della Mindfulness è l’aumento di coerenza fra l’attività dell’amigdala – il centro della nostra vita emotiva – e la corteccia pre-frontale – sede del pensiero ‘regolatore’.

Insomma praticando regolarmente l’attenzione focalizzata, la nostra mente impara a cogliere le emozioni al loro insorgere, quando sono ancora ‘neonate’ e quindi controllabili. E il pronto intervento della PFC fa il resto del lavoro prevenendo la loro esplosione, finché spontaneamente ‘si riassorbono’.

È quest’ultima parte che mi lascia perplesso.

Non sono un neurologo, la mia perplessità nasce unicamente dalla pratica meditativa, e non ho nemmeno un vocabolario adeguato per esprimerla.

In termini grossolani, direi che la mia sensazione è che in realtà il ‘potenziale energetico’ delle emozioni generatesi nell’amigdala non si riassorba affatto. Abbiamo inizialmente l’illusione che ciò accada, ma in realtà si disperde (nelle regioni circostanti del cervello o chissà dove). All’inizio, questo diffondersi di rifiuti tossici non è affatto evidente, come non lo era l’inquinamento da materie plastiche negli anni ’50, ma col tempo  si accumula e fa sentire i suoi effetti.

Per usare un’altra immagine molto calzante, non è diverso da spazzare la polvere e nasconderla sotto il tappeto.

DUBBI CONFERMATI

Abbiamo tappeti mentali molto grandi, e non è difficile, con la pratica costante, generare sia l’apparenza esterna che l’auto-illusione di una profonda serenità.

D’altra parte, chi frequenta l’Actor Studio di New York impara una tecnica simile per immergersi nella vita di un personaggio, e immedesimarsi tanto nel suo punto di vista da poter simulare pazzia, saggezza, arroganza, rabbia, godimento e lutto con la massima credibilità.

Nella mia esperienza decennale in ambito spirituale ho conosciuto troppe, semplicemente troppe persone che ostentavano immensa pace interiore, per poi scoprire sbirciando dietro le quinte che covavano una immensa inquietudine.

Ho conosciuto però anche alcuni rari individui che mi hanno davvero convinto. In qualche sporadico caso, il test della relazione privata è stato superato e questo mi ha anche insegnato a riconoscere un caso dall’altro.

Questo è quanto ho capito: chi vive una condizione di autentica serenità fa esattamente l’opposto di quanto descritto sopra in chiave neurologica: non tenta di reprimere le emozioni, permette loro di manifestarsi ed esplodere.

LA MENTE COME ECOSISTEMA

Nella foresta, le feci e il cadavere putrescente di un animale sono il cibo di un altro.

Ogni rifiuto, anche il più tossico, può essere riciclato. Basta sapere come.

Nell’ecosistema della nostra mente, nessun pensiero ed emozione è di troppo. Il segreto sta nell’imparare a trasformare il materiale mentale inquinante in fertilizzante.

Come si diceva sopra, ne La Mente Svelata Richard Davidson cita di verse forme di meditazione fra cui la cosiddetta Meditazione Dinamica di Osho.

Non sono un seguace di Osho (mi trovo a ripeterlo spesso…), ma davvero ritengo che qui ci sia qualcosa di importante. In questo caso Osho ha messo il dito su un interruttore centrale della nostra psiche. Per altro non si è inventato nulla, il mistico George Gurdjieff e gli studi psicoanalitici di Alexander Lowen avevano preparato il terreno.

Peraltro nessuno si inventa mai nulla. Le scienze della mente sono come la musica: le note quelle sono! Ma quanti modi diversi di metterle insieme…

In sostanza, il principio qui è di abbinare una pratica molto statica, ordinata e pacificante, con una pratica liberatoria, caotica, di sfogo esplosivo. L’obiettivo, ce lo dice anche il buon senso, è di creare equilibrio.

Di modi per farlo ce ne sono tanti, e la chiave di tutto resta sempre non prendersi in giro

MEDITARE PER 15 MINUTI, DAVVERO?

Dicevo sopra che Satipatthana è difficile da tradire nella sua estrema semplicità.

Mi devo però correggere: anche stavolta ci siamo riusciti.

Nel suo impulso fagocitante, la mentalità occidentale riesce a depotenziare ogni realtà che possa metterla in crisi con due armi affilate: ridurla a un bizzarro esotismo e banalizzarla in qualcosa che deve per forza essere facilmente accessibile a tutti.

In questo caso, l’impulso banalizzatore ha generato il luogo comune secondo cui non è necessario meditare a lungo. Lo si può fare anche per 15 minuti, o anche 5 minuti o 1 minuto. Perché no? Ci sono App milionarie create apposta.

E invece no. Se c’è una cosa che distingue Satipatthana da Mindfulness è che la versione originale richiede tempo. In qualche modo è il tempo. È proprio la sua durata che ne determina l’efficacia.

Innanzi tutto perché ci obbliga a confrontarci con la scomodità, fisica e mentale, che tipicamente ci mette un po’ a manifestarsi.

Ma soprattutto perché la meditazione non è qualcosa che si fa. È un processo fisiologico che accade spontaneamente una volta create le condizioni propizie. Non è diverso dal sonno: quando siamo stanchi e ci sdraiamo al buio, a un certo punto ci addormentiamo. E lì comincia un processo composto da diverse fasi che richiedono alcune ore per completare l’intero ciclo.

Pretendere di condensare un sonno rigenerante in 15 minuti (perché così risparmiamo tempo da dedicare ad altre cose importantissime…) significa ignorare che la nostra mente è cablata in un certo modo e non come pare a noi.

Intendiamoci: non sto dicendo che fare Mindfulness per 15 minuti sia una cosa sbagliata! Lo faccio anch’io se mi accorgo di essere stressato e spesso è utile a farmi sentire meglio.

Ma questo riposino sta in rapporto alla meditazione come gli ‘addominali d’acciaio in 7 minuti’ stanno in rapporto all’allenamento di un body builder.

Insomma, fare addominali per 7 minuti al giorno è pur meglio che non farli affatto, no? 

Si, ma non c’è alcuna speranza che il risultato siano degli addominali d’acciaio. E quel pizzico di malizia che sta in questa falsificazione porterà probabilmente a delusione o auto-illusione.

SEI PER CASO UN MONACO TIBETANO?

Come sempre accade, il contraltare di questa fiacchezza nel confrontarsi con la realtà di qualcosa che ci mette in crisi, sono ideali fantasmagorici.

È diffusa fra gli adepti di Mindfulness un’aspirazione alla purezza assoluta, un ingenuo anelito all’imperturbabilità.

Visto che la Mindfulness è stata sviluppata dai monaci buddhisti, il monaco buddhista diventa il modello di riferimento.

Si omette però di rilevare che ciò che è appropriato per il monaco, non necessariamente lo è per l’uomo della strada.

Il monaco vive una vita appartata e regolata, non deve guadagnarsi da vivere e mantenere dei figli e ha rinunciato volontariamente ad avere rapporti sentimentali ed erotici.

Questo dovrebbe metterci in guardia da confronti azzardati (da cui usciremo sempre perdenti) e ingenue adozioni di stili di vita, diete e pratiche che sono in netto conflitto con la nostra vita, e non faranno che creare nuovi conflitti invece che risolvere i numerosi che già abbiamo e sono la causa del nostro stress.

NON è MAI STATO COSì

Ma tanto più, mi si dirà, è utile una pratica come la Mindfulness all’uomo della strada, che è soggetto a continue pressioni e può trovare grande giovamento da quel piccolo distacco e contenimento della sua reattività.

Per dirla tutta, il mito del monaco buddhista che passa le giornate a meditare è la prima delle falsificazioni. Il fatto che Satipatthana sia la più diffusa fra le pratiche buddhiste nell’immaginario collettivo, non significa che sia l’unica.

Il Buddhismo è una realtà composita che comprende numerose scuole e correnti e varianti geografiche. Nel complesso, è però un fenomeno molto diverso da come se lo immagina l’occidentale medio.

Nella fattispecie, le pratiche buddhiste non sono certo tutte ‘siediti e medita’. Accanto a queste, quasi tutti i monaci praticano esercizi vigorosi (talvolta estenuanti) forgiando i loro fisici atletici che non possono chiaramente essere il prodotto di una meditazione statica.

Ma andiamo proprio alle origini! E scopriamo che Bodhidharma, il monaco indiano che per primo diffuse il Buddhismo in Cina (il Buddhismo ‘chan’, da cui le parole ‘zen’ e ‘tao’. Tutte derivanti da ‘dhyana’, il termine yogico per… Satipatthana) è anche colui che portò…. il Kung-Fu!

Insomma, sarà un caso che lo stesso maestro che promosse la pratica dell’attenzione contemplativa, vi associò una pratica esplosiva, in cui si spaccano mattoni lanciando urla micidiali?

TANTI BAMBINI ORDINATINI

L’immagine che più mi lascia perplesso è quella dei bambini di 6-7 anni a cui viene insegnata la Mindfulness a scuola.

Anche qui, intendiamoci, ci sono splendide potenzialità!

Ma ci sono anche i peggiori rischi.

Il rischio è cercare di imporre un’idea totalmente arbitraria di ‘serenità infantile’, che è più un’aspirazione del genitore stressato che un’esigenza del bambino stesso o una funzione costruttiva nel suo processo evolutivo.

Quando avevo il centro yoga, non passava settimana senza che entrasse un genitore a chiedere se facessimo yoga per bimbi. La mia prima domanda era: tu pratichi yoga?

E la risposta era quasi sempre… no.

Ma allora perché vuoi iniziare tuo figlio a qualcosa che non sai neanche cos’è?

Perché pensi possa risolverti un fastidio?

L’unico stress aggiuntivo che puoi alleviare a tuo figlio, è quello che gli provochi tu.

E molto probabilmente glielo provochi per la tua mentalità controllante, frutto di una sindrome ossessivo-compulsiva di massa che ci porta a vedere una schiera di bambini meditanti belli ordinatini, neutralizzati, innocui come qualcosa di desiderabile.

E invece è un incubo!

I bambini devono essere a folli, scatenati, selvaggi. Devono giocare nel fango, arrampicarsi sugli alberi e fare cose pericolose, proibite, sbagliate.

Solo così possono imparare, come la natura ha stabilito miliardi di anni fa.

E solo così potranno trovare dentro di sé, a un certo punto nel corso della vita, quel bisogno di quiete assoluta che niente come la Mindfulness gli potrà offrire.

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